Scienza, Lingue e Twittermania
Se pensate che i tweet siano dei semplici sms buttati in rete vi sbagliate di grosso. Twitter, con la sua immediatezza e spontaneità è passato dall’essere uno strumento di comunicazione informale e personale a un vero e proprio social network dove raccogliere notizie e informazioni interessanti.
Ma non solo; Twitter è uno dei più grandi ricettacoli al mondo di termini e di lingua viva, quella parlata quotidianamente dalle gente, quella che non trovate sui dizionari, quella che, come sostiene Chomsky, contribuisce all’evoluzione vera della lingua scritta.
Non a caso, Twitter è diventato recentemente una vera e propria miniera d’oro per gli studiosi che operano nel campo della linguistica, della sociologia e della psicologia e che sono alla costante ricerca di dati linguistici aggiornati in tempo reale.
Il fascino che Twitter esercita sugli studiosi sta tutto nella sua immediatezza – e sulla sua sconfinata immensità. Semplici messaggi da 160 caratteri sono sufficienti a fornire agli scienziati sociali un flusso linguistico che viaggia e si aggiorna costantemente in rete a cui possono accedere senza alcuna fatica e in modo immediato, senza bisogno di effettuare studi o ricerche per poter fotografare la lingua “viva”, parlata in determinate aree del mondo.
Il fenomeno appare chiaro ai linguisti della University of Texas che hanno recentemente monitorato Twitter per osservare l’opinione della gente direttamente coinvolta nella cosiddetta “Primavera Araba”. L’analisi è stata condotta con un software programmato per l’analisi linguistica dei testi raccolti che ha tradotto automaticamente i messaggi dall’arabo all’inglese. Dall’analisi emerge un ritratto dinamico del traffico Twitter proveniente dalla Libia prima e dopo l’annuncio della morte di Gheddafi secondo cui i tweet postati sono stati tutti molto positivi e non sono mancati riferimenti religiosi riferiti alla benedizione di Dio.
L’analisi non si è fermata qui, ovviamente. Si sono aggiunti anche gli studiosi della Cornell University, che hanno evidenziato come lo stato d’animo delle persone influenza i tipi di messaggi che vengono pubblicati su Twitter. Nello specifico, hanno riscontrato un calo di termini positivi all’inizio della giornata lavorativa che riprendevano ad essere utilizzati nel tardo pomeriggio.
Questa “analisi dei sentimenti”, come viene comunemente chiamata, potrebbe sembrare superficiale e poco “scientifica” data la mole spropositata di sarcasmo e usi scherzosi della lingua che spesso sovvertono il significato originale dei termini utilizzati nei tweet. È chiaro che non si possa prevedere lo stato d’animo di una persona semplicemente dalla scelta di parole utilizzate. Sarà necessario, quindi, come sottolinea James Pennebaker, psicologo sociale della University of Texas, sviluppare ulteriormente lo studio in favore di un’analisi linguistica più approfondita volta ad ottenere una visione più ricca e con più sfaccettature del modo in cui le persone si presentano al mondo utilizzando la rete.
Ma anche se non possiamo aspettarci che Twitter sia un barometro emotivo infallibile si sta dimostrando estremamente utile nella comprensione delle varianti linguistiche di diversi gruppi demografici. Un team di linguisti computazionali della Carnergie Mellon University ha utilizzato il geocode dei tweet per realizzare delle mappe delle lingue parlate negli Stati Uniti. La quantità dei dati disponibili su Twitter è di gran lunga più elevata di quanto sarebbe possibile raccogliere con le tradizionali indagini locali.
La quantità smisurata di dati permette di estrapolare pattern linguistici dell’inglese non comunemente noti; un esempio è il termine hella, utilizzato maggiormente nel nord della California come enfasi (es. “It’s hella cold out there”, che è possibile tradurre in diversi modi, dal “fuori fa fottutamente freddo” al “fuori fa un freddo boia”). Per quanto riguarda lo slang, lo spelling fonetico ha evidenziato strutture distinte in base all’area geografica: mentre i newyorkesi preferiscono scrivere suttin o sumthin al posto di something, i californiani tendono a scrivere koo o coo al posto di cool. Stranamente, anche le emoticon sembrano cambiare da zona a zona.
Ed è così che quello che sembrava un strumento di comunicazione semplice e superficiale sta mostrando la vera faccia della lingua che parliamo tutti, giorno dopo giorno, in base al luogo in cui viviamo, alle condizioni sociali e culturali in cui ci troviamo e al nostro stato d’animo, sia esso influenzato dal lavoro o dalla realtà che ci circonda, o dal nostro stato emotivo vero e proprio.
Non ci rimane che una cosa da dire: occhi aperti, linguisti. E’ arrivato Twitter!
(fonte: The New York Times)